Storia minuta

di Marco Tosi

Il passato costringe a fare i conti con delle scelte e se da una parte i grandi avvenimenti illuminano la storia collettiva dall’altra spesso rischiano di far sparire numerosi sentieri ormai non più tracciati che possono invece condurre in maniera solitaria verso il trascorso più recondito delle persone e delle montagne. Esiste dunque una storia che da sempre mi piace definire minuta, una storia affascinante che occorre ricercare con passione e coraggio. E’ la storia che si snoda lontano dai grandi avvenimenti, è la storia di quei nomi e luoghi che a volte si leggono distrattamente nelle note a piè di pagina oppure citati tra carte impolverate, situazioni che non fanno parte delle vicende più importanti e che spesso si esauriscono nella notte dei tempi senza lasciare traccia. Avvenimenti sgorgati dalle fontane di paese, dalla genesi delle famiglie, dalla sensibilità coltivata nelle vecchie osterie di montagna, storie lasciate sui pascoli e negli alpeggi, incontrate restando in ascolto. Non è possibile decifrare ogni aspetto del passato ma su questo versante abbiamo un obbligo morale di non tralasciare il percorso negletto tracciato da chi ha vissuto prima di noi poiché quel senso intersecherà continuamente la nostra esistenza. Un colloquio che trattiene il sapore delle felci, le chiome di maestosi faggi e le vicende delle pievi di paese; un invito per riprendere il nostro presente, uno zibaldone depositato stagione dopo stagione sul fondo delle realtà piccole, arte corporea alla quale spesso non si riconosce la giusta dignità, la dignità di aver vissuto nel tempo e nello spazio, di aver costruito il proprio alfabeto di sensazioni e profumi, di volti, di soprannomi e dialetti che l’oblio rischia di portare lontano.

Ogni cosa deve essere raccolta come l’acqua piovana che bagnava i campi dei nostri vecchi, nulla va scartato a priori se vogliamo ricostruire il nostro stare assieme, il nostro essere comunità, una realtà che non può definirsi unica, non può essere un insieme chiuso ma specchio propositivo di quel concetto tanto abusato chiamato modernità. A tal proposito mi chiedo se siamo ancora capaci in questa nostra epoca, in questa vita dettata dalla velocità, di fermarci per scoprire la storia degli orti dipinti sopra i muri a secco, le vicende di una casa abbandonata, le note di uno spirito, il sapore del pane nelle botteghe dei borghi annaffiati dalla soffusa psicologia della valle e dalle rughe dei paesi di montagna. Nelle nostre terre abbiamo bisogno delle pagine raccolte nella storia minuta, solo così la scrittura si fa carico di una responsabilità e diventa terapia dei nostri giorni.

Tutti avrebbero bisogno almeno una volta di imbattersi in un racconto sul proprio paese, tutti avrebbero bisogno di una poesia sui fiori che costellano i prati di un lago alpino, tutti dovrebbero poter sognare la pace ascoltata da chi ha vissuto la guerra. Possiamo definirlo destino, il destino di chi sente dentro di sé un compito da portare avanti con passione, per lasciare un gesto di testimonianza, un segno d’inchiostro per prendersi ancora una volta per mano, guardarsi intorno, sentirsi riconoscenti e allo stesso tempo pionieri di tracce smarrite da anni, dimore lasciate alle intemperie, alle tavole spoglie, alle pietre degli alpeggi e alle costrizioni implacabili del diventare anziani. Ci sono stagioni dove tutto torna come un fiume in piena, puoi provare a costruire argini oppure aspettare il disordine nei campi e provare dopo l’inondazione a ricomporre un vuoto fondendo amicizia e senso dell’altro, comunione d’intenti e intimità. A volte anche i pensieri straripano, per questo uno zaino, una penna e un foglio bianco possono ricomporre con tenacia l’isolamento del tempo.

Oltre la vetta


Nel caso voleste sostenere il progetto raccontato da Tarcisio Bellò è sufficiente fare un versamento a:

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Causale: offerta liberale Cristina Castagna Center (detraibile al 19%)

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